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Capelli bianchi? Da Londra arriva la scoperta delle cause

capelli-bianchi-cosa-fare-372103_w1000Anche se ormai sono di tendenza, i capelli bianchi rappresentano un trauma per molti uomini e donne. Finora non erano chiare le cause di questo problema, ma una nuova ricerca effettuata in Gran Bretagna potrebbe segnare un cambio di passo anche nelle cure.

Negli ultimi mesi, il web si è praticamente diviso dopo la pubblicazione delle foto di due noti volti femminili come Daria Bignardi e Sarah Gordon: la neo direttrice di Rai Tre e la business editor del prestigioso Financial Times, infatti, hanno deciso di dire addio a tinture e rimedi artificiali, puntando su una chioma di colore naturale e apparendo, dunque, con i capelli grigi.

Divisione sul web. Il dibattito che si è scatenato è stato molto acceso, tra chi si è scagliato contro questa immagine – mettendo in risalto gli aspetti negativi di questa scelta – e chi invece ha apprezzato il coraggio delle due neo-cinquantenni, applaudendo alla decisione di mostrare con naturalezza il proprio invecchiamento, così come già fatto in anni passati da altri personaggi dello show biz internazionale come Jamie Lee Curtis, Christine Lagarde o la Meryl Streep de “Il Diavolo veste Prada”.

Accettare il tempo che passa è una delle chiavi per vivere in pace con se stessi, ma è anche un obiettivo difficile da raggiungere: per la maggioranza delle persone, infatti, veder comparire i capelli bianchi può rappresentare un vero e proprio trauma, che si cerca di superare ricorrendo a ogni tipo di rimedio, come shampoo colorati, riflessanti o tinture, che in genere rappresentano solo “soluzioni tampone” (quindi, non definitive) e oltre tutto molte onerose.

Lo studio londinese. C’è però una buona notizia che arriva dall’Inghilterra, dove un gruppo di ricercatori dell’University College di Londra, coordinati dal professor Andres Ruiz-Linares, ha finalmente identificato il gruppo di responsabili dei capelli bianchi o grigi, perché agiscono sulla densità e sul colore di chioma e sopracciglia. Il principale indiziato è la particella chiamata Irf4 che si trova all’interno del cromosoma numero 6, che lavora insieme ad altri geni come quello che regola lo spessore della barba e la forma dei capelli (EDAR), quello che determina i capelli ricci (PRSS53) e quello che invece crea il “monosopracciglio” (PAX3) o condiziona lo spessore e la densità delle sopracciglia (FOXL2).

Nuove possibilità per la cura dei capelli bianchi. Questo studio si rivela particolarmente importante per due motivi: innanzitutto, la ricerca pubblicata sull’autorevole Nature Communications ha un valore importante per l’estensione del campione esaminato. Il team di ricercatori internazionali, infatti, ha raccolto campioni di Dna di oltre 6.357 cittadini latinoamericani, che presentassero però origini europee, africane e native americane, così da ottenere una mappatura quanto più possibile estesa. In secondo (ma non meno importante) luogo, ha confermato che la causa della chioma ingrigita deriva non solo da fattori ambientali, ma anche da una predisposizione genetica, aprendo dunque allo studio di nuovi e più orientati trattamenti per ritardare il visibile effetto “sale e pepe”, prevenire questo naturale segno dell’invecchiamento o, addirittura, eliminare del tutto il problema grazie a una eventuale manipolazione genetica preventiva.

Le staminali contro la caduta dei capelli. Proprio l’impiego in ambito scientifico delle scoperte in campo genetico sembra essere oggi la nuova frontiera della cura dell’alopecia. Capofila e pioniere di questo settore è la società italiana HairClinic, che da anni ormai ha brevettato un Protocollo avanzato di Medicina Rigenerativa, basato sulle cellule staminali autogene del paziente, che consente di ottenere risultati estetici significativi per fermare la perdita di capelli in maniera permanente, intervenendo sulle cause originarie del problema grazie a un’accurata analisi dello stato della chioma. Questo significa, dunque, superare anche il principale limite del ricorso all’intervento chirurgico e all’autotrapianto, ovvero il rischio di ricaduta (in tutti i sensi) che può verificarsi negli anni successivi al trattamento.

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